Sempre più spesso, chi decide in azienda ha a disposizione un’indicazione: un’analisi, un punteggio, una previsione generata da un sistema. Ma capita anche l’opposto di quanto ci si aspetterebbe: non è raro che quell’indicazione non coincida con quello che l’esperienza suggerisce.
È in quel momento che si vede davvero come un’organizzazione lavora con l’intelligenza artificiale. Alcune si affidano al dato perché sembra più oggettivo, spostando di fatto la decisione senza dichiararlo. Altre ignorano il suggerimento senza chiedersi perché sia emerso, perdendo un’informazione che potrebbe essere utile.
Nessuna delle due strade è priva di rischi. La differenza, quella che nel tempo si vede nei risultati, la fa chi riesce a tenere insieme le due letture: usare il dato come domanda in più da farsi, non come risposta già pronta.
Non è una questione di fidarsi più della macchina o più dell’istinto. È una questione di sapere, ogni volta, perché si sta scegliendo in un modo piuttosto che nell’altro.

