Per anni il posto fisso è stato molto più di un lavoro:
una certezza, un punto di arrivo, qualcosa che definiva chi eri e quanto eri “a posto”.
Negli anni ’90, come racconta Vitaliano Trevisan nel libro Works, il contratto a tempo indeterminato rappresentava una forma di stabilità quasi imprescindibile.
Non era solo una condizione lavorativa, ma un elemento identitario, capace di determinare accesso al credito, riconoscimento sociale e sicurezza personale.
Oggi il contesto è diverso.
Le forme di lavoro si sono moltiplicate e il percorso professionale è spesso composto da esperienze, progetti e ruoli diversi nel tempo.
Questa evoluzione ha ampliato le possibilità, rendendo più accessibile il cambiamento e la costruzione di percorsi meno lineari.
Allo stesso tempo, ha spostato una parte significativa della responsabilità sull’individuo.
La sicurezza non è scomparsa, ma ha cambiato forma.
Non coincide più esclusivamente con una posizione stabile, ma con la capacità di mantenere competenze aggiornate, costruire relazioni e rendersi riconoscibili nel mercato.
È un equilibrio nuovo, non sempre semplice da gestire.
Perché, al di là delle etichette, resta invariato un bisogno fondamentale: sentirsi solidi, credibili e orientati all’interno del proprio percorso professionale.

