Casa-ufficio, sempre più difficile
Il 77 per cento degli abitanti delle metropoli alle prese con un peggioramento delle condizioni di trasporto rispetto a tre anni fa. Sono Pechino e Città del Messico le città dove "la pena del pendolare" è più elevata. Milano al settimo posto, peggio di Buenos Aires, Londra e Parigi. Con un impatto sulla produttività. I risultati dell'indagine di Ibm in 20 grandi città del mondo. E' il traffico la quotidiana sofferenza a cui viene costretto la gran parte di noi. O almeno tutti quelli che, per andare al lavoro, finiscono nel gorgo della miriade di vetture che al mattino procedono, spesso con lentezza esasperante, di semaforo in semaforo, tra l'abitazione e il luogo di lavoro. Una sofferenza che cresce sempre di più. A pensarlo sono il 77 per cento degli abitanti di venti metropoli mondiali, convinti che rispetto a tre anni fa le cose sono peggiorate. Con danni per l'equilibrio di ciascuno, ma anche con impatti negativi sulla produttività. Sono questi alcuni dei risultati dell'indagine Ibm, pubblicata in questi giorni, che ha analizzato la percezione del traffico degli abitanti delle principali città di sei continenti.
Non conta se si è dentro la vettura o nell'abitacolo ancheggiante di un bus. Il traffico ricade su quasi tutti. Si salvano in parte i piccoli e grandi centauri ma loro finiscono per correre altri rischi. Per non dire di chi si prova a prendere una bici. Le città dove si soffre di più sono Pechino e Città del Messico, dove l'indice della "pena del pendolare" tocca 99 punti su un massimo di cento. Altrettanto elevata è la sofferenza a Johannesburg dove la misura di questo particolare tribolamento arriva a 97 punto. Seguono Mosca (84), Nuova Delhi (81) e San Paolo (75). Milano è al settimo posto con 52 punti. Nel capoluogo lombardo, a dire dei milanesi, le condizioni del traffico sono peggiori di quelle di città come Buenos Aires, Parigi e Londra.
Il tempo perduto. In media si impiega circa poco più di mezz'ora a compiere il percorso che separa dalla meta. Ma per molti, questo tempo non basta. E, di frequente, ci si deve misurare con lo spettro di una fila, un incidente, un qualcosa che va storto nel complesso sistema dei flussi viari. Ed ecco allora che cala lo spettro del ritardo. Molti sono quelli che sono stati costretti a misurare la propria pazienza nell'arena caotica e inquinante del traffico congestionato. E'successo all'87 per cento delle persone intervistate. In media, è quantificabile in un'ora il tempo che si accumula in questi grandi agglomerati urbani. La città dove il ritardo assume dimensioni esasperanti è Mosca dove la media delle lungaggini perdute tra vetture e smog arrivano quotidianamente alle due ore e mezza. Con quattro automobilisti su dieci che confessano di essere rimasti "incastrati" per più di tre ore.
Quello che dà più fastidio. Se l'aspetto più insopportabile del traffico è proprio l'imposizione allo stop (lo dice il 43 per cento degli intervistati), è vero però che ci sono anche altri elementi che rendono difficile tollerare quel tempo chiuso tra una vettura e l'altra. Prima di ogni cosa, l'aggressività e la scontrosità degli autisti che si affacciano dai loro finestrini con facce e sguardi che poco, o nulla, hanno dell'uomo civile. Un altro ventisei per cento soffre soprattutto l'incognita che spaesa ("ma quanto può durare per davvero? Ma riuscirò mai a uscirne fuori?"). A soffrirne, sono sopratutto i pendolari di Mosca e Pechino.
Lasciare e tornare a casa. Così allora non c'è da sorprendersi che ci sia una buona percentuale di chi, di fronte a questa sfida che appare sempre sproporzionata, prende e ritorna a casa. Senza neppure più andare a lavoro. In media, negli ultimi tre anni, è successo almeno una volta a un terzo degli intervistati. Anche qui, il maggior numero di coloro che prendono la via del ritorno, prima ancora di avere compiuto il percorso di andata, si trovano a Pechino dove quasi sette su dieci lo ha fatto almeno una volta negli ultimi tre anni.
La salute perduta. Tutto questo ovviamente non senza avere impatti sul proprio organismo. Quasi sei su dieci ritiene che il traffico colpisca la salute in qualche modo. Soprattutto stress e rabbia, come primi indizi che qualcosa comincia a non andare per il verso giusto. Le città in cui le ricadute hanno maggiori dimensioni, secondo gli autori dell'indagine, sono Città del Messico, San Paolo, Nuova Delhi, Buenos Aires, Pechino e Mosca.
La mancata produttività. Quel che conta però anche l'effetto che tutto questo può avere sul lavoro. Una dimensione approssimativa ci viene data dalla proporzione di persone che sarebbero pronte a lavorare più ore se il tempo impiegato per andare da casa al lavoro venisse ridotto in maniera significativa. In media sono il 16 per cento. A Nuova Delhi si raggiunge il picco del 40 per cento e a Città del Messico il 25 per cento. A Milano, la quota di chi sarebbe pronto a rimanere più tempo in ufficio arriva al sedici per cento.
Il telelavoro e il prezzo della benzina. Resta qualche sorpresa per alcuni dati. Si pensi soprattutto al telelavoro che di per sé dovrebbe rappresentare una soluzione per alleviare tale problematica. Ebbene, tra le città in cui l'indice della pena del pendolare è molto elevato, come Mosca, Nuova Delhi e San Paolo, ci sono molte persone che svolgono attività professionali da casa per almeno due giorni. Probabilmente, da solo, neppure il telelavoro può migliorare una situazione che è cronicamente inefficace. Quanto alla possibilità di nuove modalità di movimento, circa un quarto delle persone coinvolte dall'indagine ha affermato che potrebbe valutare un'altra forma di trasporto solo di fronte a un incremento del 20-30 per cento del prezzo della benzina.
Quello che si dovrebbe fare. In Europa gira un detto: "Tutto sanno cosa si deve fare per risolvere i problemi economici dei paesi, ma nessuno è disposto a farlo e perdere il consenso che ha". Forse la stessa cosa accade per il problema del traffico. Molti sanno cosa si dovrebbe fare, ma troppi gli interessi "cristallizati" da rimettere in discussione. Gli intervistati, agli esperti che gli hanno chiesto cosa si dovrebbe fare, citano soprattutto un rafforzamento del trasporto pubblico. Ma è certo che questo non possa bastare. Gli autori della ricerca dicono che le soluzioni tradizionali non sono più sufficienti a risolvere il problema in queste grandi città e che è necessario introdurre simultaneamente una serie di strumenti. "Una vera soluzione dovrà guardare alle relazioni che attraverso l'intera rete di trasporto e di tutti i sistemi coinvolti: le reti di fornitura e approvvigionamento di merci e servizi, il nostro ambiente, le nostra aziende, il modo delle persone di lavorare e vivere". Il timore è che, anche nei prossimi anni a venire, passeremo ancora molto tempo perduti nel traffico.
Tratto da www.repubblica.it, articolo di Federico Pace
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