Il mito del “Posto Fisso”
Indovinate chi ha colpito maggiormente la crisi, in Italia?… ça va sans dire, i giovani! L’ha messo nero su bianco l’Istat la scorsa settimana, denunciando come (riporto i dati pubblicati su Il Sole 24 Ore) “per 404mila unità di lavoro perdute da parte dei giovani, il calo occupazionale dei genitori si è limitato a 152mila unità, nel secondo trimestre 2009″. Bene, ottimo: in un Paese che va al contrario e arriva a garantire -al massimo- gli ammortizzatori sociali in deroga alle fasce più deboli (i giovani), rifiutando di fare una vera e propria organica riforma degli ammortizzatori sociali, i primi ad essere sbalzati fuori dal treno in corsa della recessione sono proprio i cosiddetti “under 35″. Forse perché non hanno il “posto fisso“? Probabilmente -o quasi certamente- sì: nell’oscurità del Medioevo italiano l’unica ancora di salvezza è diventata quella, come ha ben intuito nelle ultime ore persino l’ex-”American boy”, nonché Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nell’Italia del 2009 il “posto fisso” è dunque diventato un valore: salvo smentita tra cinque anni, ovviamente, in base al variare della situazione economica. E’ ovvio che in un Paese feudale come il nostro il “posto fisso” costituisca l’unica chance di ottenere una prospettiva di vita, dato che poggiamo su tanti micromercati del lavoro asfittici, dove non serve avere un buon curriculum. Nè Tantomeno aver viaggiato o sapere le lingue. Conta l’”entratura” giusta, il più delle volte, che ti porti al tanto agognato “posto fisso”.
Ma un vero modernizzatore dovrebbe puntare ad aprire il mercato del lavoro, dovrebbe implementare liberalizzazioni a dosi massicce, sciogliendo i troppi potentati e le troppe caste che decidono -in troppi settori della nostra economia- chi entra e chi resta fuori. Glorificare il “posto fisso” può rappresentare una soluzione sul breve termine (ma a che pro?, Ora le aziende si metteranno ad offrire contratti a tempo indeterminato a tutti solo perché l’ha detto un Ministro?), ma sul medio-lungo periodo occorre seguire una strada “nordica”: mercato del lavoro aperto, lotta senza quartiere a raccomandazione e nepotismo, riforma degli ammortizzatori sociali in senso “giovane”, offrendo agli “under 35″ una rete di protezione solida, soprattutto nei primi anni di carriera.
Detto questo, vi racconto del mio weekend, passato nel freezer di un’Italia vittima del cambio climatico: ne ho approfittato per fare un paio di letture. Una positiva, l’altra demoralizzante. Partiamo da quella positiva:
-i giovani dottori commercialisti (pare) si sono ribellati. Un bel giorno hanno scoperto che nella loro “casta” (una delle tante) comandano gli anziani. Ma va?!? Per farla breve, se sui 110mila commercialisti italiani ben il 65% ha meno di 43 anni, a dettar legge è il 35% che ne ha di più. Come? Beh, basta osservare i limiti di anzianità -anche professionale- necessari per accedere alle cariche dell’ordine. Sotto i 50 anni, denunciano i “giovani dottori”, è dura occupare un qualsiasi posto di potere. “E’ necessario, in questa fase, avere il coraggio di riformarci. Un ordinamento ingessato non è in linea con un mondo che va sempre più veloce”, afferma il presidente di categoria, Luigi Carunchio. Meglio tardi che mai, cari. Ma ora combattete la vostra battaglia, per favore.
-la cattiva notizia. Ho ridato un’occhiata al rapporto “URG! Urge Ricambio Generazionale“, promosso dal Forum Nazionale dei Giovani. Da quel rapporto, sette mesi fa, fu tratto un bell’articolo uscito sul Corriere della Sera, di cui anche questo blog parlò diffusamente. I dati sono sinceramente deprimenti: “L’Italia è un Paese vecchio”, denuncia il rapporto, spiegandone anche il perché (per smentire i soliti facili luoghi comuni demografici). “Il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove generazioni. I meccanismi di formazione e di selezione delle elité sono caratterizzati da una bassa capacità di ricambio e da una pronunciata longevità, grazie alla pervicacia con la quale la classe dirigente nostrana difende le posizioni acquisite”. Qualche dato, per essere più preciso: oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni, in Italia (anno 2007). Solo un giovane su dieci (!) riesce poi a trasformare in contratto a tempo indeterminato questo contratto di collaborazione, nell’arco di 365 giorni. Ulteriore handicap: in Italia si prema l’anzianità lavorativa ai fini della carriera, al di là di meriti e produttività. E’ una regola che permette poche eccezioni. Sorge dunque spontanea la domanda: quando mai questi giovani precari potranno sognare di far carriera, se non hanno raccomandazioni o spintarelle? Se passano il loro tempo a migrare da un contratto all’altro, non metteranno mai radici sufficienti per salire la scala sociale… La ricerca evidenzia infatti un calo drastico degli “under 35″ nelle posizioni dirigenziali: il tutto nell’arco di un solo decennio. Sarà un caso? Altro dato: la politica. Lo sapete che i 25-35enni in Italia costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, ma nell’ultimo Parlamento rappresentano solo il 5,6% dei deputati? Chi la fa da padrone, allora, nelle Camere? Al Senato gli over-60 (33,2% sul totale), alla Camera i 46-55enni (41%). PdL e PD non ci hanno fatto una gran figura, in fatto di giovani candidature, alle ultime elezioni: in particolare la maggioranza di Governo, comandata da un 73enne, ha candidato solo un misero 13,6% di 25-35enni, sul totale dei futuri parlamentari. Altri dati ancora: l’università. Per alcuni -a ragione- è l’emblema del disastro gerontocratico di questo Paese: l’età media dei professori ordinari è di 59 anni! Il 7,6% sono over-70!!! Su 61.929 docenti e ricercatori, gli under-35 sono solo il 7,6%. E quasi tutti occupano ovviamente la fascia più bassa della gerarchia accademica: quasi il 100% di loro sono infatti ricercatori. E così via, passando alle libere professioni: l’età media dei giornalisti professionisti è 54 anni; i medici con meno di 35 anni sono sotto il 12% (anche perché al diploma di specializzazione ci arrivi in media dopo i 30 anni…); i giovani avvocati (pur tanti numericamente, ben il 27,8% del totale) denunciano condizioni di lavoro di semi-schiavitù; infine -come già riportato tempo fa- il 17,5% dei notai è “figlio di” (nel nome del “tengo famiglia”).
Tratto da http://fugadeitalenti.wordpress.com
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